Perché in Calabria vanno via i migliori?
Perché in Calabria vanno via i migliori?
di Elisabetta Viti

09/11/2007 - Ci risiamo. Dalla Calabria, per caso o per necessità, entrambi imperscrutabili, vanno via i migliori. E i migliori, sul piano civile dell’etica, qui si identificano coi pochi che, da una posizione autorevole, osano sfidare il nemico per eccellenza di questa terra espoliata : la ‘ndrangheta.
E’ toccato anche a Giancarlo Bregantini, vescovo di Locri e punta avanzata della lotta anti-mafia, di ripetere per noi lo stigma eterno della diaspora, che decide il futuro delle nuove generazioni.
Voci mai smentite dalla Santa Sede stimavano assai prossimo fino a due giorni fa il trasferimento di Bregantini nella diocesi del capoluogo molisano, ove sarebbe subentrato a monsignor Armando Dini, dimessosi per motivi di età. E mentre “quasi” tutto taceva a livello ufficiale in attesa che dalla Santa Sede arrivasse qualche chiarificazione - il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero, presentendo il peggio, già auspicava un ripensamento vaticano e Cosimo Cherubino, consigliere regionale, persino una intercessione del papa - quella precisazione alla fine è arrivata e ha confermato i timori.
Ieri mattina, il bollettino della sala stampa vaticana ha ufficializzato la nomina di Bregantini, finora vescovo di Locri-Gerace a nuovo arcivescovo metropolita di Campobasso-Bojano, smascherando definitivamente il riserbo di questi giorni come quel “segreto di Pulcinella” che Piero Schirripa, uno dei principali collaboratori del monsignore locrese, ha da subito denunciato che fosse. Schirripa aveva anche invitato Bregantini a rifiutare il trasferimento giudicato come “un indebolimento del fronte della legalità, del progetto di cambiamento della Calabria, delle speranze di questa regione''. Dappertutto, sul territorio e fuori, è montata sin dall’inizio una protesta che sta coinvolgendo le istituzioni, sindaci locresi in testa, e società civile. Difficilmente i cittadini della locride potranno metabolizzare l’ennesima prova di solitudine a cui sono, e siamo, di nuovo abbandonati, malgrado da Battipaglia, il 6 novembre scorso, le parole di Bregantini, in occasione di un incontro coi Padri Stimmatini nella diocesi salernitana, avessero tentato di rasserenare gli animi, rammentando l’obbligo religioso all’obbedienza.
L’amore ricambiato di monsignor Bregantini per questa terra dura, infatti, ormai da tredici anni. Anni in cui il vescovo locrese, classe 1948, nativo di Denno nel Trentino, si è confermato, in un crescendo di iniziative, un numero uno nella lotta per la legalità e contro le generalizzazioni che criminalizzano tout court i calabresi: dalla creazione di cooperative di lavoro in Aspromonte all’ultima battaglia del dopo Duisburg, quando ha prima chiesto e ottenuto i funerali in forma pubblica per le vittime della strage e, il mese successivo, si è recato personalmente in Germania ad inginocchiarsi davanti alla pizzeria dove è avvenuto l’eccidio.
Scelte forti che hanno conquistato l’anima e il cuore di tanti calabresi e suscitato audaci sinergie.
Da qui la preoccupazione diffusa che ha trovato intensa espressione, giorni fa, nella lettera aperta a monsignor Bregantini, scritta dai genitori e le sorelle di Giancarlo Congiusta, ucciso dalla ‘ndrangheta: “Carissimo Padre Giancarlo, ci auguriamo che la notizia di un suo probabile trasferimento, sia priva di fondamento perché in tal caso subiremmo un’ulteriore tristissima privazione. Padre Giancarlo non ci lasci! Almeno non ancora! Ci interroghiamo su quale terra ha più bisogno di uomini come Lei se non la locride. I familiari delle vittime della ‘ndrangheta, i giovani delle sue cooperative, le madri, la diocesi stessa, tutti gli onesti che ancora sperano, rimarrebbero smarriti e senza guida. Chi ha scelto di privarci ancora una volta di un bene prezioso come la speranza? Quella speranza che Lei, con il suo discreto e quotidiano sostegno ha donato alla nostra famiglia.”
Duro era stato anche l’intervento dell’ex presidente di Confindustria Calabria, Filippo Callipo, già noto alla cronaca come l'industriale calabrese del tonno che, per aver tentato di opporsi al racket, si è ritrovato solo a lottare contro i boss: "spostare dalla Calabria mons. Bregantini –aveva affermato Callipo - è come dire alla mafia e alla politica degli affari, che in questa regione condizionano ogni cosa, che la Calabria degli onesti ha ammainato le vele. Si arrende. Non so se chi sta meditando, o l’ha già fatto, scelte simili, si rende conto che allontanare dalla Calabria questa limpida voce del popolo è come uccidere la poca speranza che ancora, nonostante tutto, i calabresi nutrono. Spero che non si arrivi a tanto e che si consenta ad un Vescovo coraggioso e interprete della nostra migliore gente di proseguire la sua missione pastorale in libertà e condivisione."
Dal canto suo, il vescovo, se da un lato si dichiara faticosamente pronto all’obbedienza, dall’altro ringrazia, già da Battipaglia quattro giorni or sono, la Calabria "per ciò che mi ha dato, perché nei suoi problemi e nelle sue lacrime, mi ha restituito una giovinezza nuova e uno slancio impensato".
Come parti in causa ci saremmo augurati che, per una volta, lo slancio dei migliori contro il nemico di sempre, su questa regione mortificata, restassero un pensiero - e un gesto - ancora possibili.
Almeno nella pratica di un pastore.
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